Gli Altri

–  “Ma cosa diranno gli altri? “

–  “Non ci sono altri “

“Ma è pericoloso pensare che non ci siano altri. Certo che ci sono gli altri! La presenza degli altri deve essere presa in considerazione. Se non si tiene in considerazione la vita degli altri si rende lecita qualsiasi azione. Si potrebbe ad esempio pensare che sia normale andare in giro a sparare alla gente, tanto gli altri non esistono.”

“Tu hai voglia / interesse / intenzione di sparare alla gente?”

“No.”

“E allora perché te ne preoccupi?”

“Questo è uno scrollarsi di dosso le proprie responsabilità, è eccessiva leggerezza. Se non sono io a volerlo fare ci sarà qualcuno che lo vorrà fare. E poi ci sono le emozioni, i sentimenti. Cosa fai se dici che non ci sono gli “altri”? Ami solo te stesso? Bisogna essere connessi, siamo in una società, c’è uno scambio tra noi e gli altri e bisogna tenerne conto. Non si può vivere fuori dal mondo, questo sarebbe una cosa da folli!”

“Perché appena vieni invitato a immaginare che tu sia totalmente libero questo ti terrorizza? Non ti fidi degli altri, che potrebbero “sparare alla gente”…certo tu non lo faresti mai ma “qualcun altro” si. Non ti rendi conto che il qualcun altro ipotetico di cui parli è frutto della tua mente? Adesso mentre me lo descrivi questo individuo “fuori di testa” esiste soltanto “dentro la tua testa”. Hai paura del male, quindi ti castri verso il bene. Ma non sarà mai vero Bene perché non sarà una tua libera scelta, bensì un’imposizione e un castigo. Certo che ci sono dei personaggi che popolano la nostra vita, come non vederli? Sono parti di noi necessarie alla nostra esperienza di vita. Semplicemente non sono “altri” da noi. Ti sembra impossibile poter amare in uno scenario in cui l’altro non esiste? Solo se non si è in grado di amare se stessi si può ritenere impossibile amare i personaggi che costellano la nostra vita nella consapevolezza di stare amando se stessi.”

“Questo è puro egoismo. Come puoi pensare che le persone che ti stanno intorno siano dei “personaggi”? Così facendo togli loro l’infinito potenziale che hanno. Pensi di essere l’unico attore del mondo? E gli altri sono la tua comparsa? Ti fai un film da solo, e gli “altri” sono qui per te, senza anima propria?”

“Il vero egoismo trapela dal cercare di provare l’individualità. L’offesa provata quando si sminuisce l’altro rispecchia la ferita del proprio ego che si sente così sminuito. La grandezza dell’ego è direttamente proporzionale all’individualizzazione che percepiamo.”

“Quindi tu non esisti. Sei solo una proiezione della mia mente. E io non esisto, sono solo una proiezione della tua mente.”

“La questione è delicata. Dipende da che significato diamo a questo tu e a questo io. Certamente quando mi sento dire “tu non esisti” una parte di me si agita e dice “come non esisto? Certo che esisto!” Allarme! Paura! Pensare che l’altro ci dica “tu non esisti” ci mette in allarme. Quale io è messo in dubbio? Crediamo che se la pellicola dell’ego venisse rimossa noi scompariremmo nella non-esistenza. Come se il rispetto, l’amore, la compassione, l’empatia, siano soltanto un educato relazionarsi tra ego che riconoscono la propria individualità. Beh credo proprio che non sia così che stanno le cose.”

“E allora come stanno le cose?”

“Siamo tutti un’unico organismo che si identifica nelle sue parti. L’individualità in cui ci riconosciamo nel corso della nostra vita è un dettaglio del nostro infinitamente grande Essere. L’altro esiste nell’essere un’altra porzione del grande Essere, ovvero di noi stessi. L’altro è una nostra invenzione, che fa da eco al nostro identificarci nel dettaglio della nostra persona. Creiamo chi crediamo di essere e dipingiamo di significato tutto il resto. Tu e i personaggi della tua vita siete la stessa entità. L’unica differenza sta nell’identificazione. Identificandoci in un io automaticamente creiamo l’altro.”

“Pensi di sapere tutto tu, eh? Ti credi molto intelligente. Ma che ne sai tu di come stanno veramente le cose?”

“Tu credi di non sapere nulla? Eppure c’è molta convinzione nel tuo scetticismo. Diciamo di voler sapere, ricerchiamo, lodiamo gli scienziati e poi quando qualcuno dice di sapere lo giudichiamo nel peggiore dei modi. Io canto la mia realtà, canto la mia consapevolezza. Ognuna delle individualizzazioni dell’infinito Essere canta la sua versione di realtà così come è capace di riconoscerla. Il sentire è il sapere. Siamo liberi di credere in quello che vogliamo. La paura che si prova di fronte alla credenza di un’altro individuo, facendo un “analisi di coscienza”, mi sembra sia dovuta alla paura dell’annientamento della propria individualità. Questo può avvenire in almeno due modi: 1) venendo assorbiti dal diverso modo di concepire la realtà. 2) venendo distrutti da quell’altro modo di vedere la realtà. Nel primo caso vediamo l’altro come una possibile trappola di corruzione dentro cui perdersi e trasformarsi, una tentazione pericolosa. In questo caso si muore trasformandosi nell’altro e a morire sarà il nostro attuale modo di concepire la realtà. Nel secondo caso vediamo l’altro come nemico che si oppone a noi, non veniamo assorbiti, anzi c’è proprio uno scontro. In entrambi i casi c’è la morte come motore trainante della paura. Il credere che possiamo non-esistere. La paura è frutto dell’ego. L’ego ha una paura matta di morire. Si muore anche cambiando idea. Si muore così in fretta in ogni attimo che non ce ne rendiamo neanche conto! Quando sentiamo qualcuno dire “questo è così” difficilmente ci tratteniamo dal pensare “chi si crede di essere questa persona?”. “Guarda che convinto!”. Eppure credo ci sia una profonda saggezza dietro la difficoltà di digerire qualcuno che professa di sapere qualcosa. Forse in fondo sappiamo che ogni forma di sapere è relativa?”

“Si ma tu non sei mica uno scienziato. Che studi hai fatto? Non hai un metodo scientifico, non hai prove di quanto dici.”

“Certo che mi sono proprio creato un altro bello tosto con cui discutere..”

“Hei, guarda che io esisto!”

“Certo che si. Per quanto riguarda il fatto che io abbia o meno la qualifica di scienziato, questo per te dipende interamente da come tu elargisci tale etichetta. In altre parole, cos’è uno scienziato per te?”

“Chi persegue un metodo scientifico.”

“Ma cosa è la scienza? Abbiamo informazioni sulla natura delle particelle subatomiche che risalgono a migliaia di anni fa, che fanno da eco a quanto la fisica quantistica sta iniziano a svelare solo da pochi decenni. Definiresti scientifiche conoscenze acquisite per mezzo di tecniche di introspezione quali la meditazione, lo yoga, la trance?”

“Certo che no. Non ci sono prove che queste tecniche siano efficaci. Semmai qualche dato che conferma un effetto rilassante sul cervello e sul resto del corpo.”

“Come immaginavo. Se la conoscenza viene da fuori e ci appare su una foto, su di un grafico o su di un monitor, allora ci fidiamo, la riteniamo attendibile. Se un computer ha matematicamente misurato alcuni parametri con i suoi sensori, allora è attendibile. Se l’evento è misurabile e ripetibile “oggettivamente” allora è scientificamente provato. Ma cosa significa oggettivamente? Con questa parola tentiamo di escludere la soggettività dal nostro indagare. Sbirciamo dalla serratura della soggettività e crediamo di esserci esclusi, di essere in un mondo oggettivo. E da cosa sarebbe data questa oggettività? Dall’utilizzare macchinari al di fuori dei nostri sensi? Come se infine non utilizzassimo ugualmente i nostri sensi per leggere i dati che quei macchinari producono. Semplicemente ci allontaniamo dalla fonte credendo così di raggiungere la realtà oggettiva, quando invece la realtà oggettiva è dritta in fondo alla nostra soggettività, immersa al suo interno, dietro al fuoco che muove i sensi usati per leggere i dati delle macchine scientifiche di cui ci fidiamo.”

“Si ma non possiamo fidarci della percezione soggettiva di un individuo. Non è per niente oggettivo! La sua attenzione e la sua capacità di osservare e discernere è altamente influenzabile e varia da individuo a individuo.”

“In altre parole non ti fidi dell’essere umano. Dalle tue parole scaturisce un’immagine dell’essere umano incapace di capire. Ma allora non proviamoci proprio se questa è l’idea di fondo. E invece ci ostiniamo a ricercare, ma dal momento che siamo essere fallibili, incapaci di capire, perturbabili, cangianti, allora ci affidiamo alle macchine. Sacra razionalità salvaci tu!”

“Meno male che c’è ancora un briciolo di razionalità al mondo altrimenti saremmo persi…”

“Nel momento in cui ho realizzato che la razionalità fosse assolutamente insufficiente per l’evoluzione del mio sentire ho avuto la percezione di salpare verso altre terre. La razionalità è la griglia di illusioni che ci creiamo attorno, è la logica che disegna uno spazio-tempo entro cui il nostro infinito Essere può giocare ad essere un piccolo individuo. È la rete che supporta il gioco di separazione dall’Assoluto. Non c’è da stupirsi se in essa troviamo ripetute conferme di separazione, perché è proprio quella la funzione della razionalità: alimentare il sogno di essere separati da tutto il resto.”

“Io so che la realtà è tangibile e basta. Se stringo la lama di un coltello affilato mi taglio e questo è un dato di fatto, o vuoi negarlo? Se vogliamo parlare di idee è un’altro discorso ma qui, nella “realtà”, se precipiti da una ventina di metri ti fai parecchio male, sempre che tu sopravviva! C’è poco da filosofeggiare. Senza la scienza che tanto biasimi non ci sarebbe la medicina che ha apportato enormi benefici alla nostra vita, migliorandone la qualità e la durata. È facile parlare quando si sta bene. Stiamo vivendo tempi fortunati e questo ti consente di filosofeggiare, di intrattenerti con concetti astratti di questo tipo, che sono anche necessari, intendiamoci. Quando si moriva per una polmonite e si pativa la fame avrei voluto vederti a fare certi discorsi.“

“Non biasimo la scienza, anzi do talmente importanza a questa parola da credere che non possa essere il vessillo di una riduttiva modalità di indagine che esclude qualsiasi altro approccio. Se questa parola è sinonimo di comprensione della realtà e dell’esperienza di vita allora lascia che anche io sia uno scienziato. Non ho bisogno di un documento che certifichi la mia natura ricercatrice. Sulla validità delle mie scoperte sarà il tuo sentire a discernere l’utile dall’inutile, la verità dalla menzogna. Vuoi essere tutelato dalla Scienza perché credi di non riuscire a discernere? Puoi ringraziare per questo le istituzioni e gli apparati statali che da secoli ci educano a delegare le nostre responsabilità. Scienza e tecnologia sono parole. Io e te possiamo intendere cose ben diverse utilizzando gli stessi termini. Possiamo comunque parlare di migliorie quando abbiamo delle priorità. Se una scienza e una tecnologia favoriscono le priorità dell’individuo allora ottimo! Dipende da cosa credi.”

“Io credo a ciò che vedo e mi prendo le mie responsabilità. So che la mattina mi devo svegliare e andare a lavorare. È bello stare qua a gingillarci con questi discorsi ma la differenza la fanno i fatti, non le parole. E se non vado a lavorare non ci sono i soldi per pagare il mutuo, le bollette, i costi dell’auto, il cibo, i servizi..”

“Devo dire che dopo milioni di anni di evoluzione siamo finalmente arrivati all’apice del nostro potenziale con l’attuale società.”

“In che senso? Fai dell’ironia?”

“Si, facevo dell’ironia. Nel senso che abbiamo creato un meccanismo sociale all’interno del quale non possiamo “non-lavorare” per più di un paio di giorni alla settimana se non vogliamo mettere a rischio la nostra integrazione con la società se non addirittura la nostra sopravvivenza. Questo non sarà valido per tutti, ma sembra esserlo per la maggior parte dei cittadini. Sei d’accordo?”

“Certo che bisogna lavorare! Cosa hai contro il lavoro? Non ti piace? Beh non piace nemmeno a me alzarmi presto la mattina quando starei volentieri e comodamente a letto, ma è così che si porta avanti una società funzionale. E poi, come si dice, “il lavoro nobilita l’uomo”, tu non credi?”.

“A me piace un sacco lavorare. Io lavoro incessantemente da mattina a sera, a volte fino a notte fonda. Se ricevo o meno denaro in cambio del mio lavoro, questo è un altro discorso…”

“Ahahah! Ma chi te lo fa fare allora di lavorare se non guadagni niente? Che lavoro fai? Se poi non guadagni niente mica si può chiamare lavoro.”

“Anche il lavoro sembra essere stato delegato verso qualcos’altro al di fuori di noi, completamente de-personalizzato. Se tu stesso vorresti non lavorare mentre sei costretto a farlo per vivere o per sopravvivere, credi che ti nobiliti il passare la maggior parte del tuo tempo facendo qualcosa che non ti interessa, che non ti appassiona, che non ti rende felice?”

“A tutti piacerebbe il lavoro dei sogni, in cui tutti facciamo quello che ci piace, ma non è possibile.”:

“Belle queste frasi. Non sono il solo a quanto pare a sentenziare sullo stato delle cose. Comunque se per lavoro intendiamo esclusivamente il lavorare in cambio di denaro e che sia questo tipo di lavoro a nobilitare la persona allora abbiamo la formula: il denaro nobilita l’uomo. Ti riconosci in questa formula?”

“Non si lavora certo solo per denaro, se sei un muratore e costruisci la tua propria casa o se spacchi la legna anche quello è lavoro. Anche se non ricevi denaro in cambio.”

“È bello come in alcune regioni la parola “faticare” e “lavorare” siano usate come sinonimi. Il fattore di fondo credo sia la convinzione che il dolore sia necessario. Con questo programma in funzione nei meandri del nostro subconscio, andiamo incontro al “lavoro” ricercando l’attività spiacevole e la negazione della gioia. Non mi sembra un bel paradigma”.

“Non vorrai certo negare o rifiutare la sofferenza. Se parti da questo presupposto ne avrai di brutte sorprese nella vita. Poi ti rederai conto, poi mi saprai dire…”

“La sofferenza è auto-inflitta, la crea ogni singolo individuo quando ne ha più bisogno per evolvere. La usiamo come strumento per pungolare il nostro animo finché questo non cambia prospettiva. Certo che la sofferenza esiste, così come qualsiasi altro stato dell’essere tu possa immaginare! Dico solo che usare la sofferenza come magnete nella ricerca del proprio “lavoro” non sia la migliore delle opzioni possibili, a mio avviso.”

“Quindi la sofferenza è auto-inflitta? Beh lasciami dire che non credo che le persone che stanno soffrendo in questo momento siano d’accordo con te. Di sicuro si preferisce la felicità alla sofferenza. Se si soffre non mi dire che è una scelta!”

“Certo, perché mai uno dovrebbe decidere di soffrire? Questa è una bella domanda.”

“Si vede che non hai sofferto abbastanza, altrimenti non parleresti così della sofferenza.”

“Ne parlerei diversamente se soffrissi un pò di più?”

“Beh..credo di si.”

“E come ne parlerei? Tu come descriveresti la sofferenza?”

“Certamente non è auto-inflitta! Se io mi trovassi in una situazione che mi fa soffrire mi arrabbierei a sentirti dire che la mia sofferenza è auto-inflitta, come se me la stessi inventando io, quando invece ci sono cause esterne tangibili.”

“La mia prospettiva ti offende allora.”

“Non offende me probabilmente, ma sicuramente offende chi sta soffrendo sul serio.”

“Mi guarderei bene dallo svalutare i preziosi strumenti evolutivi che fabbrichiamo durante la nostra vita, tanto reali per ognuno di noi quanto lo è la nostra stessa esistenza. Sembra quasi che tu desideri che io soffra tanto quanto mi basta per cambiare prospettiva e capire che la sofferenza è ‘reale’ nel modo in cui tu intendi.”

“Per carità! Non ti auguro nessuna sofferenza, anzi ti auguro di vivere sempre nell’agiatezza e in tranquillità, ma non ti farebbe male comprendere anche l’altro punto di vista, quello di chi soffre sul serio, invece di giudicarlo dal di fuori.”

“È un punto molto delicato questo, capisco. Non ho intenzione di cercare di spiegare niente, ne di provare una prospettiva contro un’altra. Certo questo nostro dialogo non esisterebbe se non ci fossimo inventati questo contrasto, questo gioco di luci e ombre. A che pro, infine? Non lo so di preciso. Ti sei divertito?”

“Mah, interessante conversazione. Comunque alla fine sono solo parole, se vuoi fare la differenza, a parer mio, meno parole e più fatti! Non si cambia il mondo filosofeggiando.” 

“Cosa serve per cambiare il mondo allora? Fatti? Azioni? Magari azioni violente?”

“La violenza non è una bella cosa ma a volte è risultata necessaria per cambiare lo stato delle cose. Pensa a eventi storici del passato, alle rivoluzioni…”

“Certo allora si potrebbe pensare che servono più pistole che parole. Le parole sono solo parole. Per non parlare dei pensieri, che sono ancora meno tangibili delle parole. I pensieri sono totalmente inoffensivi. Cosa ne pensi?”

“Io non sto istigando alla violenza. Riconosco soltanto che nelle rivoluzioni del passato, ad esempio, senza i fatti, senza le azioni di alcuni individui, le cose non sarebbero cambiate. A volte anche con l’uso della violenza, purtroppo.”

“Non dimenticare però che dietro una pistola c’è sempre una filosofia. Senza filosofia non si muove nulla. Questa scienza della mente che sembra fatta di aria, anzi ancora meno, di niente, di materia impalpabile come i pensieri, muove i nostri corpi. Sono le filosofie a plasmare gli stati, a creare l’ordine e le forze che ne stanno a difesa. A monte della materia, c’è una filosofia, che fa la differenza della tua stessa vita. Chi riesce a venderti una filosofia ti ha venduto un modo di vivere. Una serie di motivi per i quali vivere e morire, gioire e soffrire. E poi mi si dice che la filosofia è inutile, che sono solo parole. Beh….”

“Va be … ciao”

“Ciao. Ti voglio bene.”

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